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lunedì 15 ottobre 2012

Ontopsicologia e stereotipi

L’Ontopsicologia è una delle moderne Scuole di psicologia. Si inscrive nel filone della psicologia esistenziale umanistica. Lavora con successo in campo clinico e nella realizzazione della persona secondo l’oggettiva intenzionalità di natura. Particolarmente rilevante è la soluzione data al problema degli stereotipi, attraverso una pedagogia che permetta lo sviluppo del progetto base di natura, al di là del ruolo biologico. Il fascio di stereotipi, complessi e devianze non sono basati sulla natura in sé dell’uomo, ma su sovrapposizioni informatiche (“doxa societaria”) che via via, attraverso la famiglia, sono state introdotte e stabilizzate come Io logico storico, diventando così il caratteriale cosciente volontario, che effettua il determinsmo storico dell’individuo. Secondo l’Ontopsicologia, all’interno di questo fascio di informazioni aggiunte, si causano tutte quelle devianze psicobiologiche, individuali e sociali, che aprono la casistica di tutte le anomalie. Il compito è di riscoprire e isolare i segnali del progetto base di natura o In Sé ontico. “L’Ontopsicologia apre il proprio metodo di analisi di identità e di intervento funzionale, distinguendo per natura, per campo semantico, per logica di immagini e per risultati oggettivi, la possibilità razionale di discrimanare, controllare e dare crescita evolutiva secondo l’intrinseca specificità del soggetto”.

sabato 13 ottobre 2012

La capacità decisionale e leadership nel giovane

Trattare l’argomento della leadership del giovane e la possibilità di inserirla nel processo decisionale delle istituzioni è un argomento delicato che rischia di cadere in una forma di esibizionismo di intellettualità individualista, come spesso purtroppo accade senza poi trovare quel punto d’incontro utile ad una funzionale dialettica che due elementi come questi sicuramente possono portare. La prima cosa da rilevare è che noi i giovani li sentiamo esprimere il loro punto di vista in discoteca, in televisione, nello spettacolo, insomma dove va l’onda dell’immagine che si brucia presto. E’ interessante sentire il loro protagonismo anche in situazioni come questa e molti dei giovani che sono qui votano, e quindi sono anche loro che determinano il potere di questo pianeta. Consentire loro di provare a dare una presenza critica, una presenza di partecipazione, su qualcosa che interessi l’umano, la società, l’ONU, in qualsiasi campo, da Internet, alla pubblicità, all'economia, è comunque una forma d’intelligenza che va incentivato sempre di più e questo è sicuramente un importante compito di cui l’ONU e l’UNICEF si stanno facendo carico. L’ONU sarà come i migliori la organizzeranno. Questa organizzazione è una possibilità, un’opportunità che tutti riconoscono ed è anche una responsabilità per i giovani intelligenti. Quindi cercate di essere presenti in molti all'interno di questa organizzazione, perché l'ONU è una grande organizzazione, se i migliori l’aiutano, è presente, se invece non ha gli uomini migliori, diventa una inutile cattedrale nel deserto. I giovani invece di soffrire per cose apparentemente importanti che spesso sconvolgono, invece di aspettare di inserirsi negli statuti prestabiliti, è bene che comincino ad evolvere quella intelligenza, quella sapienza che comunque la vita ha dato anche a loro. Una sola regola però: bisogna suonare il proprio protagonismo di valori secondo il pentagramma, secondo i dettami cromatici delle note musicali. Se vogliamo suonare la musica, bisogna studiare la razionalità di base mentale della composizione, dell’armonia etc., e solo dopo di ciò possiamo esprimere la nostra fantasia. Con ciò voglio far capire che il giovane deve comprendere ed evolversi, e non fermasi soltanto a criticare, perché altrimenti rimane ghettizzato nella critica e alla fine distrugge se stesso. Il giovane deve saper entrare nel gioco sociale, nel gioco del comando, usando le tattiche e le strategie razionali del sistema per poi osservare ed evolvere quell’intelligenza che per natura ha. Deve solo imparare le regole razionali, di come si dialoga con gli altri che, infondo, almeno biologicamente sono i nostri padri… in modo che la fiaccola cammini. Il giovane può avere un ruolo importante nel processo decisionale perché ha un tipo di conoscenza con valore strategico. Secondo alcuni studi, l’essere umano è dotato di un nucleo positivo che consente di determinare in qualsiasi impatto ambientale, la scelta più funzionale per quell’individuazione o per le azioni che sta conducendo. Questo, ad esempio, permette al neonato di reagire e di “operare delle scelte” che gli consentono di sopravvivere appena nato, e di condurre i primi mesi di vita pur non vedendo, non avendo il gusto, non pensando etc. L’uomo quindi nasce con questo nucleo positivo che ha uno specifico progetto (che si esplicita in modo diverso da persona a persona) e che se seguito consente di sopravvivere, di crescere e di evolversi. La natura quindi ha fornito l’essere umano di un criterio per capire ciò che è funzionale o meno al proprio progetto, alla propria esistenza. Si tratta di un tipo di conoscenza che nel giovane è ancora presente in larga misura. Purtroppo la successiva educazione, i modelli della società in cui ci si trova ad interagire, sono stati costruiti su un criterio differente, per cui man mano che l’individuo cresce “disimpara” ad utilizzare questo criterio e apprende quello della società, dell’ambiente in cui vive, che non corrisponde al progetto con cui la natura lo ha dotato. Uno dei modi in cui si esplica questo tipo di conoscenza è la classica “intuizione”, sesto senso, fiuto, idea geniale etc. a cui solitamente corrispondono determinate immagini. D’altra parte è innegabile che le idee e le decisioni che hanno dato i maggiori contributi all’uomo sono sempre stati il riscontro storico dell’intuizione individuale del valore di un uomo che poi è andata a beneficio di tutti. Uno degli scopi della nostra organizzazione è l’insegnamento del metodo che permetta al giovane di dare coerenza e continuità di gestione di queste intuizioni, in modo tale da consentire sempre una scelta funzionale in ogni momento per sé e la società in cui vive. Questo insegnamento applicato ad esempio, in una situazione di lavoro consente di dare una risposta immediata di efficienza, di risparmio economico nell’individuazione della scelta ottimale. Infatti è un metodo che permette ad ogni individuo di consapere la propria situazione senza la mediazione di estranei, di modelli culturali o di macchinari-tests. L’Ontopsicologia è uno strumento, una tecnica che dà il passaggio per arrivare dove ognuno è autentico. Non dà una verità, non insegna una legge religiosa, ma certamente dà il mezzo tecnico per arrivare ad essere l’espressione della propria natura autentica. Solo se l'uomo trova quel punto in cui veramente è, capisce che è parola di un grande spirito… ed è bello scoprirlo in se stessi. E’ fondamentale per il processo decisionale, proteggere questa viva curiosità intuitiva che i bambini e i giovani hanno e impedire che questa venga abortita da un sistema educativo e istituzionale che non consente il pieno sviluppo di questo potenziale. Il compito delle istituzioni è quello di trovare il modo di tradurre questa capacità inventiva del giovane nel processo decisionale. Quello che i giovani possono dare è sicuramente un contributo notevole che però spesso non trova la giusta maniera di formalizzazione nelle istituzioni. Investire soprattutto in questo aspetto è quasi un contenere i danni e avere un potenziale con possibilità di rigiro molto più veloce perché si crea una responsabilità individuale nel giovane fin dall’inizio. L’articolo 29 (d) della Convention on the rights of the Child afferma: “States Parties agree that the education of the child shall be directed to the preparation of the child for responsible life in a free society….”. Dall’altra parte i giovani devono capire che quando si vuole dare una cosa, bisogna formalizzarla secondo la tolleranza del ricevente. Le istituzioni dovrebbero ricordare che quando si è giovani, si vive il tempo più difficile, più amaro, è il tempo della pazienza, è il tempo di imparare, non è ancora il tempo di comandare; per cui le istituzioni dovrebbero far capire al giovane che dimostra un’indole più protagonista, più tentato di leaderismo, che potrà arrivare lì soltanto se oggi ha la pazienza di imparare meglio degli altri tutte le regole. Cioè mentre molti giovani diventano "chipsistemici", cioè in sostanza fanno un apprendimento accademico sistemico dove poi restano sepolti, alcuni giovani capiscono che devono imparare questi stereotipi, questi moduli, queste note di un pentagramma, per poi suonare la loro musica irripetibile. In effetti gli stereotipi della nostra società sono buoni, c’è questo senso di universalità, questo senso civico, di democrazia, che ha i suoi contrappunti legali, razionali, economici, che contribuiscono a salvare le proporzioni delle cose tra loro. Il giovane non deve fare l’errore, dal momento che è un "fresco biologico", una punta biologica, di credere che automaticamente è anche il punto intellettuale, il punto del potere: no, è soltanto un buon piatto di biologia, ottimo per il sesso, ottimo per il lavoro senza senso, per la corsa, ottimo per l’atletica, ma ancora non maturo, non stagionato per portare avanti un’azione che fa classicità di valori, cioè che esponga qualcosa che gli altri poi riconoscono anche come valore di evoluzione. Quindi le istituzioni danno degli strumenti, che con umiltà, con pazienza, con coerenza, il deve da solo arrivare a gestire, perché se si brucia, se contrasta, è fuori gioco. I giovani possono impararlo dal loro orgoglio, dalla loro intelligenza, mentre le istituzioni, dal canto loro, possono dire loro: "Proprio per arrivare al potere che noi oggi rappresentiamo, tu devi avere questa preparazione". Non so se le istituzioni possono fare tanto, onestamente forse è più il giovane che deve capire dall’intimo di se stesso. Infine vorrei rilevare una particolare atteggiamento che preclude l’entrata del giovane nel processo decisionale in modo efficiente. E’ tipico dei giovani quando entrano in un sistema, farsi più fiscali dei detentori del fisco Assumono una forma critica direi quasi solipsistica, sono più critici degli adulti di cui loro pensano di essere diversi. Questo però è indice di stupidità, cioè di intelligenza a breve corso, per cui non mi preoccuperei di questo tipo di giovani. In questo caso sono meglio gli anziani, gli adulti. Dice un proverbio africano: “Vede più cose un vecchio seduto che cento giovani in piedi”. Anche le NGO (tra queste l'Associazione Internazionale di Ontopsicologia) dei giovani sono un contributo importante per il processo decisionale. Ma anche qui avrei un piccolo appunto. Nel parlare con questi ragazzi, alla fine dei loro bei progetti mettono come ostacolo la mancanza di fondi e il fatto che i governi e le istituzioni non li aiutano. Secondo me è un po’ un controsenso. I giovani hanno la capacità di inventarsi la possibilità di creare i fondi per la loro associazione. Hanno estro e creatività in abbondanza e posso garantire che ci sono giovani che già lo fanno. Non è una questione di mezzi, ma di mentalità e responsabilità nel trovare questi mezzi. Anche in Paesi in via di sviluppo. E’ lì che si dimostra se si ha veramente stoffa e se veramente si crede in quello che si vuole portare avanti. Aspettare l’aiuto delle istituzioni significa ritardare il progetto che si vuole portare avanti. Aspettare il riconoscimento delle istituzioni significa tradire l’elan vital che si vuole portare avanti. Le istituzioni possono contribuire e agevolare solo dopo che si è dimostrato la validità e la volontà e l’indipendenza di portare avanti un discorso di crescita ed evoluzione.

La cosa importante, mentre facciamo esperienza per costruire noi stessi, è apprendere i vari stereotipi che gli umani usano nella loro gestione quotidiana

Stereotipo significa: il modello o tipo che fa uguali. È una struttura psicologica condivisa ed esposta in modo costante e continuo in uno o più gruppi di persone. È una struttura di senso, di civiltà, di tradizione, di rigidismo, di morale, di legge. Uno stereotipo caratterizza e specifica. A volte è funzionale, a volte è patologico. In tutti i casi va compreso, perché implica sempre un sapere che in determinati gruppi è potere. Mai contraddirlo direttamente. Meglio provvisoriamente condividerlo e in seguito ricordarlo, perché può sempre servire in ulteriori circostanze. Alla fine, si comprende, che molti assoluti di verità non sono altro che stereotipi, opinioni prefissate di condotta di determinati gruppi etnici, politici, storico-culturali, economici, religiosi. Bisogna imparare molte strade per comprendere dove sta la vita. La vita le usa tutte ma non risiede in nessuna. Tutto è relativo al proprio divenire. (Antonio Meneghetti - Ontopsicologia)

mercoledì 10 ottobre 2012

Ontopsicologia e psicoanalisi

“Anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità, (…) la sua opera ha lasciato un’impronta profonda, e siamo certi che, se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud che ha penetrato la profondità dell’animo umano. Noi tutti non potremmo neppure immaginare il nostro mondo spirituale senza la coraggiosa opera che Freud ha svolto nell’arco della sua esistenza”. (T. Mann , dal discorso inaugurale per gli ottant’anni di Freud, in Storia della Psicoanalisi, di S. Vegetti-Finzi, Mondadori, Milano, 1990, pagg. 3-4) “In quanto intacca ogni residua certezza la psicoanalisi è l’ultima avventura della razionalità occidentale, la ristora della sua debolezza e della sua forza. Mentre testimonia il fallimento del sapere scientifico nella sua pretesa di conoscere, possedere e dominare la realtà, comprova, con la sua stessa presenza, della costante tensione in tal senso. La sonda psicoanalitica non solo recupera progressivamente brandelli di impensabile al pensiero, ma rende modificabile ciò che prima sembrava dominato dal caos, tramite la scoperta delle sue leggi regolative”. (S. Vegetti-Finzi, Mondadori, milano, 1990, pagg. 3-4) “Appena un secolo fa Sigmund Freud introduceva nell’ambiente clinico un nuovo modo di curare alcuni disturbi di origine psicosomatica. Prima di lui non si parlava ancora di ‘terapia della parola’. Se un tempo guadagnarsi da vivere ‘parlando’ avrebbe destato parecchi sospetti, oggi gli psicoterapeuti sono guardati con rispetto (…). Il futuro stato dell’arte guarda comunque alla valutione dei risultti nel processo clinico e la sfida prossima è centrata sulla verifica dei dati, sull’accertamento degli interventi e sulla previsione degli esiti per fornire risposte scientifiche all’utenza potenziale del terzo millennio”. (M. Cesa-Bianchi, Presentazione a E. Giusti, Psicoterapie: Denominatori Comuni, Angeli, 1997) “Ho molto rispetto per Freud, Jung, Rogers e tutta la psicologia contemporanea. Sono stati geniali ma alla fine lasciano l’uomo alle soglie d’una tana da cui non si sa se esce un mostro o c’è il caos. Io conosco soprattutto di là, dove è l’in sé operativo delle funzioni esistenziali. Sotto le soglie fenomenologiche dell’io e super-io, si espone la solare positività dell’in sé dell’uomo. Sono il contatto con esso certifica le funzioni del reale e relativi valori eroici per l’individuo. È esso che fornisce il codice d’interpretazione per qualsiasi fenomenologia (…), è l’in sé che concede il ritrovamento del significante e del significato” (Antonio Meneghetti, L’In Sé dell’uomo, Ontopsicologica Editrice, 1981 Roma, pagg 5-6) per approfondimenti sull'ontopsicologia: A.I.O. associazione internazionale ontopsicologia

La profezia che si autoavvera: dall’ironia della legge di Murphy alle implicazioni secondo l’ottica ontopsicologica

Alzi la mano chi non ricorda la famosa legge di Murphy: “se qualcosa può andare male, stai sicuro che sarà così”. C’è tanto umorismo e ironia attorno a questa saga del pensiero murphologico che rende la cosa anche simpatica, ma ogni volta che la sentivo citare, in circostanze ad hoc, una parte di me ha sempre rabbrividito…tralasciando le “suggestioni” personali, rimango letteralmente allibita quando un giorno scopro su un testo di psicologia (inserito tra l’altro in un corso di medicina!) che è stato effettivamente descritto e codificato un fenomeno noto come “profezia che si autoavvera”. La psicologia riconosce l’esistenza di una distorsione del modo in cui percepiamo l’ambiente intorno a noi che è legata alle nostre aspettative, al punto che ci comportiamo in maniera tale da poter confermare le nostre previsioni. Il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo può influenzare il modo in cui l’ambiente stesso opera, per cui il risultato è una previsione auto-confermata. Non so voi, ma io ho avuto un vero attimo di sbandamento: nero su bianco si legge che noi, con il nostro atteggiamento e modo di pensare, possiamo condizionare quello che accade, creando la realtà come ce la aspettiamo…e tutto si limita ad un paio di paginette striminzite, come se il fatto di non sapere come spiegare questa cosa la rendesse “secondaria” e trascurabile! Mi metto di nuovo a ricercare ed effettivamente non trovo molto di più su questo argomento, ma ho la conferma ulteriore che questo fenomeno è ben conosciuto in psicologia e, forse, dovrebbe essere più noto a tutti… Il concetto di profezia che si autoavvera è stato introdotto per la prima volta nelle scienze sociali nel 1948 da Robert Merton per descrivere “una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando il tal modo la propria veridicità”. In sostanza, si tratta di un’opinione che, pur essendo originariamente falsa, per il fatto di essere creduta, conduce ad un comportamento che la fa avverare. Leggendo dalla Blackwell Encyclopedia of Social Psychology (1995), una profezia che si autoavvera si riconosce dal fatto che le credenze originariamente errate di alcune persone (per aspettative, stereotipi, pregiudizi) causano comportamenti che confermano effettivamente queste credenze. Nel 1974 il ricercatore Rosenthal ha messo in luce quello che poi è stato definito “l’effetto Pigmalione”: ad alcuni insegnanti di scuola elementare disse che il gruppo A di bambini aveva riportato punteggi più elevati ai test d’intelligenza rispetto al gruppo B. Dopo un anno scolastico, i bambini del gruppo A avevano effettivamente un rendimento migliore degli altri, nonostante Rosenthal avesse compiuto la distinzione fra i due gruppi in maniera del tutto casuale e senza neanche conoscere i risultati del test d’intelligenza! L’esperimento dimostra che gli insegnati assumono un atteggiamento, influenzato dalle loro aspettative, che condiziona l’esito finale in maniera da realizzare la previsione: stimolano di più quei ragazzi che credono essere i più intelligenti, gli danno più fiducia e più attenzioni a scapito degli altri che si convinceranno di essere “inferiori”. Questo meccanismo subdolo è riconosciuto come essere molto diffuso. Pensiamo al mercato finanziario: se esiste un’informazione diffusa di un crollo imminente (non importa se vera o falsa, basta che sia creduta!), gli investitori possono perdere fiducia, vendere così le proprie azioni e causare realmente il crollo. Ma basta anche semplicemente guardare alle relazioni interpersonali che ci toccano da vicino. A qualcuno può capitare di avere paura di risultare antipatico ma, contemporaneamente, senza neanche accorgersene, si comporta con chiusura e ostilità risultando realmente sgradevole. Risultato: “Ecco, lo sapevo, per l’ennesima volta sono riuscito a rovinare tutto e a risultare ancora antipatico!”. Per non parlare poi di chi pensa che, ad esempio, sia destinato ad essere abbandonato da tutti i partner…la paura genera comportamenti morbosi di gelosia , possessività e via dicendo che non possono che produrre l’esito “sperato”. Eh sì, perché alla fine ci facciamo forti del fatto che la nostra “visione” del mondo si conferma sempre corretta e che quindi abbiamo ragione! Poco male se questo genera sofferenza, angoscia e disperazione…in fondo, così è la vita…o no?? Insomma, la legge di Murphy sembra avere un serio fondamento scientifico? La risposta è sì, ma una spiegazione chiara e razionale di questa legge, in apparenza così ingenuamente ironica, può arrivare dall’Ontopsicologia. Perché? L’Ontopsicologia spiega che sin dalla primissima infanzia riceviamo delle informazioni sulle quali apprendiamo degli schemi di pensiero e quindi di comportamento (stereotipi). Di fatto, ripetiamo questi schemi incessantemente per tutta la vita senza neanche rendercene conto, come in una rappresentazione teatrale di cui siamo ormai degli insuperabili interpreti…ma siamo così calati nel personaggio da aver dimenticato che è solo una finzione e non la realtà! In sostanza, questo copione diventa così potente da diventare il “filtro” attraverso il quale selezioniamo e costruiamo la nostra realtà che, rispetto alla varietà del reale totale, si riduce sempre nelle stesse poche misere scene…in qualunque contesto arriviamo, in ambito personale o professionale, a casa propria o dall’altro capo del mondo, leggiamo le situazioni sempre attraverso lo stesso codice (attraverso il meccanismo di proiezione) e, anzi, siamo così scaltri da riconoscere immediatamente chi sono i soggetti più adatti e meglio predisposti per mettere in atto la solita sceneggiatura (selezione tematica complessuale). È così che possiamo passare una vita fra un partner e l’altro senza renderci conto che in sostanza Laura, Elisa, Anna, Bruna, etc. hanno sempre la stessa “conformazione”, non solo psicologica ma spesso addirittura fisica…oppure che il compagno di banco a scuola ricorda “vagamente” il collega di stanza di oggi, solo che da piccoli si “copiava” e si litigava per essere i primi della classe, oggi si compete per la “strategia più innovativa” che farà colpo sul direttore per essere riconosciuti come i “best performer”…ma la dinamica è sempre la stessa! L’Ontopsicologia è andata ancora oltre, spiegando la capacità dell’attività psichica inconscia di plasmare la realtà ed individuando, attraverso delle scoperte esclusive, cosa sono e come funzionano quelle informazioni che, una volta credute vere, si fanno costruttrici di realtà, cioè i cosiddetti memi. Rimando a testi specifici per gli approfondimenti del caso. Antonio Meneghetti e AAVV: Ontopsicologia e Memetica. Ontopsicologica Editrice, Roma 2003. Robert K Merton: “La profezia che si autoavvera” in Teoria e Struttura sociale, vol. II. Il Mulino, Bologna 1971.

Materialismo marxista e metodologia ontopsicologica: l’esempio della Cina

Nel mese di aprile del 1996, Antonio Meneghetti è a Pechino, in visita al maggior ospedale della città, il Capital Institute of Medicine – Beijing Tongren Hospital, dove tiene la conferenza “La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica”, in cui afferma che “il sintomo è un segnale che la vita usa per identificare un errore di comportamento, un errore non in senso moralistico ma semplicemente funzionale” (cfr. “La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica”). Tra i presenti ricordiamo: Liu Fu Yuan (Direttore dell’Ospedale, Direttore dell’Associazione Medici Cinesi, Vice-Presidente della Beijing Psychology Health Association) e Deng Yifeng (responsabile dell’Istituto di Psicoterapia). Sempre a Pechino, Meneghetti svolge un seminario su “Medicina e Ontopsicologia” promosso dalla Capital University of Medical Sciences; ad esso partecipano numerosi medici e psichiatri provenienti dalle diverse regioni del Paese. “In Cina erano interessati all’aspetto clinico – ci spiega il Professore – anche perché era più coerente con il materialismo marxista. Mi dicevano: lei è bravo, ma non conosce l’inconscio cinese. La dimostrazione la feci attraverso tre prove. La prima su una cinelogia che li colpì moltissimo. Hanno un romanzo da cui avevano ricavato uno sceneggiato in dodici puntate che stava avendo molto successo. Sapevano che né io né i miei collaboratori potevamo conoscerlo. Io dissi loro: “Fatemi vedere solo i primi cinque minuti e vi dirò come finirà”, e fu così. Rimasero stupefatti. La seconda dimostrazione la feci al direttore dell’ospedale che sosteneva che non conoscendo l’inconscio dei cinesi io non avrei potuto leggere i loro sogni. Gli feci dire un suo sogno e lo puntualizzai più di quello che potesse immaginare. Si resero coscienti che per l’Ontopsicologia era indifferente di che razza o cultura uno sia. Infine feci delle sedute aperte con cui curai dei malati dell’ospedale. Materialisti come sono erano interessati alla biologia, più che alla psicologia”.

mercoledì 3 ottobre 2012

La "setta" Ontopsicologia e la politica a Roma: Antonio Meneghetti a Montecitorio, Palazzo Valentini


Presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio, il 23 febbraio 1990 si tiene la presentazione dei libri “Psicoterapia e società” (oggi “Psicologia, Filosofia, Società”) e “L’In Sé dell’uomo” di Antonio Meneghetti . Apre i lavori il senatore Benedetto Todini che illustra i motivi dell’incontro, tracciando un breve profilo dell’autore e del suo muoversi scientifico, alla ricerca di una metodica “che fosse affidabile a chiunque avesse voluto esercitare con valore, con professionalità, una funzione per l’uomo”. Sempre il Sen. Todini, in rappresentanza della Provincia di Roma, in occasione della consegna del premio “Una scienza per più culture” al Prof. Meneghetti , Prof. A. Krylov e Prof. A. Vidor a Palazzo Valentini il 21 aprile, pone l’accento “sull’importanza che ha, per l’intera collettività e non solo per la scienza in senso stretto, il fatto che ci siano uomini che in modo laico e coraggioso sanno guadagnare ogni giorno nuovi spazi d’intelligenza per la ricerca dell’Uomo”.
Chissà come sarebbe stato descritto questo evento in Occulto Italia? Che titolo avrebbe avuto? "La setta si siede a palazzo"?